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GEA E LA FANTASY di Luca Enoch

Gea porta una spada magica, si accompagna a un animale dagli strani poteri e lotta contro esseri mostruosi che provengono da mondi nascosti e inaccessibili. Già questo basterebbe a definire il mio fumetto come una chiara variante dei classici stilemi della letteratura fantasy. In effetti Gea si può tranquillamente definire una fantasy "urbana": semplificando, abbiamo una giovane guerriera che svolge funzioni di sentinella contro le intrusioni di esseri apparentemente molto, ma molto, cattivi. E lo fa usando uno strumento che più classico non si può: una spada; e non una spada normale, ma una lama che taglia acciaio e pietra come il burro, emette raggi di energia distruttiva e può aprire soglie su altri mondi, popolati da creature meravigliose. Se non fossimo in una metropoli moderna e Gea non fosse una quattordicenne che va in giro in scooter, potremmo tranquillamente trovarci da qualche parte tra Eriador e Gondor.Clikka per ingrandire

Non c’è soprannaturale in Gea, nel senso che non ci sono diavoli dell’Inferno, spiriti dei morti e maghi buoni e stregoni malefici. Ci sono esseri che assomigliano a queste figure mitologiche e religiose, ma questi "intrusi" non sono esseri soprannaturali! Gli "intrusi" sono alieni, provenienti da altri piani di esistenza, in cui le leggi della biologia e della fisica possono essere radicalmente diverse da quelle esistenti nella nostra realtà. Ecco un’altra similitudine con la fantasy: in Gea non viene usata la tecnologia. Le entità intrusive che Gea combatte non si spostano su navi spaziali ma si muovono tra i vari universi, facendosi trasportare dai flussi di "energia dimensionale". Usando la magia, si direbbe in altri contesti narrativi.

L’idea del Multiverso non l’ho certo inventata io; i mondi nascosti delle fate, dove il tempo scorre in modo differente rispetto al nostro, non si trovano nel nostro spazio-tempo ma su altri piani di esistenza, a cui l’uomo comune non ha accesso. L’idea che l’universo sia stratificato fa parte della più antica tradizione intellettuale. Le grandi culture dell’antichità intendevano il cosmo come una struttura a vari livelli, con la terra a occupare il punto intermedio. Sopra la terra concepivano la residenza degli Dei, o esseri di luce, e sotto di essa il regno dei morti e degli esseri demoniaci. Una tradizione araba racconta simbolicamente della molteplicità degli universi: "Dio creò la terra, ma la terra non aveva sostegno, e così sotto la terra creò un angelo. Ma l’angelo non aveva sostegno, e così sotto i piedi dell’angelo creò una montagna fatta di rubino. Ma la montagna non aveva sostegno, e così sotto la montagna creò un toro con quattromila occhi, nasi, bocche, lingue e piedi. Ma il toro non aveva sostegno, e così sotto il toro creò un pesce chiamato Bahamut, e sotto il pesce mise acqua, e sotto l’acqua mise oscurità, e la scienza umana non vede più oltre". Si aggiunge che sotto l’abisso d’aria nera c’è fuoco, e sotto il fuoco un serpente chiamato Falak, che ha in bocca gli inferni.. Gli Indù parlano dei tre loka: il regno terreno, la regione intermedia ( o atmosfera) e il regno celeste. Gli antichi mesopotamici credevano in una divisione in sette parti degli inferi; riprendendo le loro idee, Maometto predicò l’esistenza di sette cieli. Il concetto dei sette cieli è preminente anche nel primo misticismo ebraico precedente alla Qabbalah. I sette regni celesti erano probabilmente associati ai sette pianeti noti a quel tempo. Gli Indiani svilupparono una complessa cosmografia, che distingue sette regioni sotterranee (patala) e sotto di queste sette inferni (naraka). Alcune autorità induiste parlano di ventuno inferni, che sono luoghi abissali di punizione dei malvagi. Questo genere di disposizione gerarchica è tipico di tutte le cosmologie arcaiche che descrivono l’esistenza come una struttura a molti strati che culmina nel territorio celeste e che è una reminiscenza dell’epoca primordiale quando i diversi universi erano "in contatto" e il passaggio tra gli uni e gli altri era frequente. Di ciò abbiamo traccia in vari racconti mitologici: un mito comune a molte popolazione indiche dice che anticamente la terra e il cielo erano uniti da una liana o, stando alla tradizione, da un albero; questo perciò faceva sì che esistessero rapporti continui tra gli uomini e le divinità celesti. Elemento che si ritrova anche nella Bibbia, con la visione di Giacobbe (Genesi XXVIII, 12-19) in cui egli vide in sogno una scala poggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; gli angeli di Jahvè salivano e scendevano per essa.

Clikka per ingrandireLe moderne teorie cosmologiche richiamano sorprendentemente queste antiche cosmogonie: nell’universo inflazionario, diverse regioni dell’universo di espandono indipendentemente le une dalle altre. All’interno di ogni regione in espansione si creano poi sottoregioni che a loro volta esplodono esponenzialmente, e così via. Invece di essere una sola palla di fuoco che si espande, come nella teoria del Big Bang, l’universo – o, appunto, il Multiverso - assomiglia piuttosto a un immenso frattale, formato da palle esplodenti che producono nuove palle, all’infinito. Ognuna di questi universi in miniatura nati ed evoluti da un universo originale, finiscono su un diverso piano di esistenza, come su diversi livelli in un programma grafico.

"Quando l’Abisso concede anche solo uno spiraglio, un accesso al limitare delle sue voragini, ne escono le più terribili e orrende creazioni del suo delirio". L’Abbadon, l’abisso di perdizione nella mitologia babilonese, lo Sheol ,l’Abisso ebraico, in questa frase del monaco benedettino visionario Bernard Teyssédre, è inteso come la voragine spaventosa che porta da un universo all’altro. Il baratro senza fondo è l’inimmaginabile. E quando si tenta di rappresentarlo si fa riferimento solo alla sua apertura, cioè sotto la forma delle sue fauci spalancate. E da uno di questi universi provengono i cattivi della serie, i "Diavoli", i membri della Razza Nemica. Essi richiamano l’iconografia classica dei demoni perché in tempi remoti la loro razza calcò la Terra e combatté il genere umano. Quella fu la Grande Guerra, immane carneficina di cui si è persa ogni traccia storica ma che troviamo trasposta in molti miti religiosi, come la grande guerra raccontata nell’epopea del Mahabharata o la caduta di Lucifero a opera dell’arcangelo Michele. La lotta degli arcangeli contro Lucifero e gli angeli ribelli è una trasposizione mitica e poi religiosa della espulsione dal nostro universo della razza dei "Diavoli", che aveva in epoche primordiali invaso il nostro universo. Il mito classico del Caos primigenio a cui succedette l’ordine del Cosmo. Anche questo tema delle "razze antiche" che popolarono al terra prima degli uomini è un tema caro alla fantasy classica, ma anche alla letteratura fantastica recente. Basta rileggersi Lovercraft e il suo "L’orrore di Dunwich": "…né si deve pensare che l’uomo sia stato il primo o che sarà l’ultimo dei padroni della terra. Quelli-di-Prima erano, Quelli-di-Prima sono, Quelli-di-Prima saranno. Oggi non sono negli spazi che conosciamo, ma tra gli spazi. Essi avanzano sereni e primevi, senza dimensione e a noi invisibili. Yog-Sothoth conosce la porta. Yog-Sothoth è la porta. Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della porta. (…). Egli sa da dove Quelli-di-Prima uscirono allora, e da dove usciranno di nuovo. (…) L’uomo regna dove Essi regnavano una volta; ma presto Essi regneranno dove una volta regnava l’uomo. Dopo l’estate è inverno; e dopo l’inverno l’estate. Essi attendono pazienti e possenti, poiché qui Essi torneranno".

Essi torneranno e i Baluardi come Gea sono qui per cercare di impedirlo. Di questi guerrieri che stanno ai valichi tra i mondi abbiamo numerose tracce nei miti di ogni cultura. Nella "Cosmografia" di Abuzakariya è scritto: "Sono gli angeli che mantengono l’ordine nell’universo e il fine delle cose esistenti". Secondo il Corano esiste una categoria di angeli, detti Hafaza, i "guardiani". Gli ausiliari di Gabriele hanno il controllo del mondo intero. Il loro compito è quello di "produrre le forze irascibili e istintive destinate a premunire contro ciò che è cattivo e dannoso" (Qazwini, 57).

Clikka per ingrandireL’immagine di Ba’al, o Reshep, l’eroe babilonese che vestito del corto perizoma, con sul capo l’alta tiara e dotato di un paio di ali, trafigge con una lancia un serpente, è un antenato dell’Arcangelo che abbatte il dragone. Nel Libro etiopico di Enoch abbiamo una descrizione degli antichi baluardi nella piena manifestazione dei loro poteri: "essi camminano su lingue di fuoco, sono vestiti di bianco e il loro volto brilla come il cristallo". Nell’Enoch slavo il visionario vede apparire uomini giganteschi, con il volto risplendente come il sole e gli occhi ardenti come lampade, che emettono fuoco dalla bocca e hanno le braccia simili ad ali d’oro.

I poteri dei Baluardi sono attivati dall’energia psicospirituale (la kundalini della tradizione tantrica dell’Induismo), che è latente nel corpo umano e va risvegliata mediante la meditazione, gli esercizi rituali con la spada, la cui energia interagisce con la nostra. L’accumulo di energia psicosomatica risultante dell’interazione con l’energia della spada, viene impiegato per ridestare la forza alla base della spina dorsale e per guidarla verso l’alto lungo l’asse spinale e liberarla nel centro psicospirituale più elevato, sulla sommità della testa. La kundalini, l’asse ritto al centro della persona, è all’origine della potenza dell’uomo, di cui assorbe e dispiega tutte le energie. L’energia misteriosa risvegliata si rivela di una potenza inaudita e non può essere manipolata senza incorrere in un reale pericolo (alcune deviazioni della kundalini che provocano depressione e follia sono anche definite come demoniache). Sono disastrosi gli effetti provocati dal risveglio della kundalini in assenza della guida di un Maestro o di una "linea di trasmissione" (come l’ascendenza matrilineare di Gea, che le fornisce, anche se latenti, tutte le esperienze e l’erudizione dei baluardi che l’hanno preceduta).

La città di Gea è la trasposizione metropolitana della foresta magica, in cui vivono elfi, gnomi, orchi, fate e unicorni. Nei suoi recessi sotterranei vivono comunità aliene che non possono mostrarsi alla luce del sole; altre si camuffano in mezzo agli umani, altre ancora ne prendono la forma o ne abitano i corpi privi di vita. Tutte cercano di sopravvivere e convivere pacificamente con la specie dominante del pianeta che li ospita. In epoche passate la convivenza dell’uomo con queste entità intrusive era manifesta e ne troviamo testimonianza nelle religioni di ogni cultura. Le mitologie indiane, buddista, indù e giainista, si distinguono per la loro complessità: esaminandole dall’esterno si ha la sensazione di una folla anarchica in cui sono mescolati angeli e demoni. Dei e geni, ninfe dalla bellezza sensuale e potenze quasi astratte, divinità sovrane, eppure mortali, ed eroi che, come in Grecia, sono al tempo stesso umani e divini. Infatti in epoca remota preghiere e oblazioni erano dedicate anche a un insieme di "potenze" che la tradizione non individualizza ma raggruppa in serie di esseri inferiori agli Dei, provenienti da mondi diversi da quelli degli umani: ninfe, elfi, geni, fate, demoni, vampiri e draghi. È noto infatti che i templi indù sono ricoperti di sculture raffiguranti Dei e Dee che hanno la propria corte in mezzo a una moltitudine indescrivibile di figure secondarie. I monumenti buddisti, da Sanchi ad Ajanta, dal Gandhara a Sri Lanka, non sono meno ricchi di demoni, ninfe e geni come del resto le grotte giaina di Ellora dove il Mahavira, (il "Grande Eroe") medita in mezzo a divinità dell’aria e sciami di orridi mostri.

Sono tante le spade magiche nella letteratura fantastica; Excalibur di Artù, Stormbringer di Elric, Durlindana di Orlando… Ma anche nelle tradizioni folkloristiche: in Giappone si racconta che sotto la terra di pianure giuncose giaceva un Kami, un essere soprannaturale, che, muovendosi, faceva tremare il suolo; finchè il Gran Dio dell’isola dei Cervi affondò la lama della sua spada nella terra e gli trafisse il capo. Quando il Kami si agita, il Gran Dio s’appoggia sull’impugnatura e il Kami torna quieto. Il pomo della spada, lavorato in pietra, emerge dal suolo a pochi passi dal tempio di Kashima. Sei giorni e sei notti scavò nel secolo XVIII un signore feudale, senza arrivare alla fine della lama. Nei riti cosmogonici del Giappone figura l’ottuplo serpente di Koshi. Fu ucciso da un valoroso imperatore, che gli tagliò le otto teste. Nella coda del serpente si scoprì una spada, che ancora si venera nel Gran Santuario di Atsuta. La spada di Gea non ha un nome e non è una spada magica nel senso classico del termine. È più che altro un tramite per manifestare e utilizzare in più modi l’energia psicospirituale che alberga in ogni Baluardo. Certo è che può essere usata solo da Gea, come fu per ogni Baluardo che la precedette lungo la sua ascendenza matrilineare, passandosi la lama l’un l’altro come una sorta di testimone.Clikka per ingrandire

Ho sempre amato la fantasy; dai classici come Tolkien fino a quella "aliena" di Moebius e Jodorowsky, passando per le variazioni sul tema di Ursula Le Guin ("La saga di Earthsea"), Dickson ("Il drago e il george") e Anderson ("Tre cuori e tre leoni"). Ho diversi progetti nel cassetto per una serie fantasy, uno dei quali stava per prendere forma quando Stefano Vietti e io studiammo una serie da proporre a Sergio Bonelli, intitolata "Dragonero", dal soprannome del personaggio principale. Ora sono impegnato con la mia fantasy urbana, ma in futuro, quando la parabola narrativa di Gea sarà conclusa, mi piacerebbe proprio concretizzare uno di questi progetti.

Luca Enoch

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