Star Crash - Scontri stellari oltre la Terza Dimensione Recensioni film

Star Crash – Scontri stellari oltre la Terza Dimensione


In un’epoca indefinita, una lontanissima galassia è governata con saggezza dall’Imperatore Stellare. La prosperità dei vari pianeti viene però minacciata dal Conte Zarth Arn. Nascosto nella sua base segreta, ha studiato un’arma devastante, ed è pronto ad usarla contro i suoi oppositori. Una gigantesca astronave bianca, la Murray Leinster, impegnata in una delicata missione di ricognizione, solca le profondità dello spazio proprio alla ricerca di questa base.

Dovrebbe essere giunta ormai nelle vicinanze della pericolosa stazione, ma il cielo appare vuoto, illuminato soltanto da stelle lontane, e dalla luce di un pianeta coperto di ghiacci. Dal nulla, all’improvviso, appaiono rossi globi di luce che circondano l’astronave, penetrano in essa e colpiscono i piloti, stordendoli. Tre moduli di salvataggio si sganciano prima della fatale esplosione.

Nel frattempo, in un diverso settore dell’universo, una navicella dalla linea affusolata sta fuggendo inseguita dalle guardie della Polizia Spaziale. A bordo vi sono Stella Star (così chiamata perché originaria di un pianeta illuminato da una stella doppia), avvenente pilota dedita al contrabbando, e il suo navigatore Akton, dotato di poteri straordinari.

Con una pericolosa manovra, i due avventurieri si spostano nell’iperspazio, e riappaiono in una zona poco esplorata, proprio dove alla deriva nel vuoto galleggia una delle tre capsule di emergenza della Murray Leinster. A bordo del relitto, Stella trova un uomo che pare terrorizzato da “mostri rossi”, ma, prima di poter scoprire altro, arriva la Polizia che recupera il superstite e arresta lei e Akton.

I due vengono processati e condannati a pene diverse su pianeti distanti: per la bella contrabbandiera i lavori forzati a vita.

Intanto il superstite della Murray Leinster viene assassinato su ordine dello stesso Conte Zarth, debitamente informato da un delatore. L’Imperatore del Primo Cerchio Stellare deve allora affidarsi ai due esperti avventurieri per poter fare chiarezza sul complotto e avere notizie del suo unico figlio, in viaggio sull’astronave attaccata. Revocata la pena, manda il fido Thor a recuperare i prigionieri (Stella Star nel frattempo è fuggita di prigione), e li ingaggia per la pericolosa missione: raggiungere le Stelle Proibite, cercare i moduli di salvataggio, indagare quanto più possibile sull’arma del Conte e distruggere il suo Pianeta.

L’incarico verrà compiuto tra pericoli e insidie di ogni genere, e, come nelle migliori fiabe, alla fine la pace tornerà a regnare nella Galassia, almeno per un po’.

MISERIE & NOBILTÀ

La pellicola è stata realizzata in seguito al successo di Guerre Stellari, grazie al diretto interessamento di ROGER CORMAN, regista e produttore specializzato in horror poveri di mezzi quanto ricchi di creatività sfrenata. Senza l’exploit di GEORGE LUCAS, sarebbe stato ben difficile per un regista italiano realizzare un film di fantascienza, in special modo una “space opera”. Nessun produttore avrebbe preso in considerazione un soggetto tanto rischioso, a meno che fosse a costo davvero basso ed assomigliasse al famoso blockbuster hollywoodiano abbastanza da far auspicare incassi analoghi.

Star Crash nasce dalla mano di LUIGI COZZI, che adatta una sua idea alle esigenze di mercato e dà vita a questo emulo di Star Wars.

C’è l’assonanza nei titoli e ci sono esplicite somiglianze nei manifesti, che annunciano battaglie galattiche. Le analogie tuttavia sono superficiali e ogni successiva visione le rende più esili; poiché sotto la patina di effetti speciali emerge una sensibilità abbastanza diversa da quella americana.

Capita qualcosa di analogo a quanto era avvenuto con lo spaghetti western, anche se il fenomeno rimane limitato ad alcuni B-movie fatti in Italia e poi spacciati per pellicole d’oltreoceano, come L’Umanoide, e diversi lavori di ANTONIO MARGHERITI.

Rispetto al capolavoro di Lucas, la caratterizzazione dei vari ambienti è molto essenziale. Narrare il primo capitolo di una trilogia concepita come work in progress, con due ore a disposizione è ben diverso dal realizzare un episodio autoconclusivo della durata di 90 minuti. Inoltre i personaggi di Luigi Cozzi sono “laici”. A parte il Fato o Destino invocato in punto di morte da Akton, non esiste un credo filosofico che permei la vicenda. Senza misticismo è più difficile alternare momenti riflessivi a colpi di scena, intrighi, sparatorie, battaglie. Star Wars ricorre alla Forza, e la missione di Luke Skywalker è un viaggio iniziatico; Star Crash deve piuttosto concentrarsi sui passaggi funzionali al dipanarsi della vicenda.

Molte sequenze che, se meglio sviluppate, aiuterebbero ad immergersi nell’universo fantastico vengono limitate all’essenziale. Un peccato, poiché le location sono tutte italiane, dalla bella spiaggia di Tropea ai canneti del Delta Padano, dal Terminillo innevato alle pendici dell’Etna alle Grotte di Castellana, fino ai set di Cinecittà.

La sceneggiatura evita i momenti morti, riversando sullo spettatore un flusso continuo di invenzioni meravigliose. Tanta abbondanza di trovate rasenta il kitsch, e le ingenuità ricordano che trattasi di un film realizzato con mezzi contenuti, anche se assai superiori alla media delle produzioni di genere affidate a registi europei. In questo senso è intelligente la scelta di giocare le carte dell’ironia, del disimpegno più onesto e dichiarato, del trash ostentato senza pudore.

I personaggi indossano sempre lo stesso costume, solo Stella dispone di un vasto quanto assai improbabile guardaroba da pin-up. Akton è dotato di poteri – non sappiamo se innati o frutto di duri anni di addestramento – e ha sempre una soluzione per ogni problema. Stella Star porta un nome che doveva apparire moderno ed esotico anni fa, quando l’Inglese era sconosciuto ai più. Robot antropomorfi e creature viventi convivono e cooperano, in una promiscuità che non fa chiarezza sul ruolo sociale attribuito loro. Le immense distanze nella galassia vengono superate con semplicistici salti nell’iperspazio: ogni luogo pare lontanissimo ma risulta poi facilmente raggiungibile; anche il pianeta di Zarth sembra stare dietro l’angolo, e nemici e salvatori spuntano subito appena occorre, per far procedere la vicenda, o ravvivare l’attenzione dello spettatore. Ogni elemento dell’universo ha caratteristiche in qualche modo esagerate: i poteri sono supernormali, i personaggi bellissimi oppure orridi, gli ambienti naturali dei pianeti sono estremi, le armi prodigiose, e così via, con l’intento dichiarato di stupire.

Il tono è esotico e ingenuo, come in certi romanzi di EMILIO SALGARI, e non ammette l’indifferenza da parte dello spettatore. Ci possiamo trovare un po’ sballottati tra astronavi e corse nei canneti, tra alieni e amazzoni, tra mondi innevati e grotte e scenografie minimali. Oppure possiamo innamorarci di quell’universo, e sognare mille avventure sospese tra quello che il regista ha solo lasciato intravedere.

SPAGHETTI SCI-FI

Quando uscì al cinema, Star Crash era chiamato Scontri Stellari oltre la Terza Dimensione, ma venne poi distribuito con un titolo anglofono che, ammiccando a Star Wars, gli garantì un certo successo anche all’estero.

Come la più celebre pellicola, si apre con una didascalia che scorre nel cielo stellato dello spazio profondo; terminati i titoli di testa, ecco sfrecciare un italico omaggio al Millennium Falcon. I protagonisti stessi ammiccano ad Han Solo e compagni, con alcune differenze però non trascurabili.

Stella Star è più convincente di tante altre eroine. Caso raro, il personaggio femminile è in primo piano, relega i compagni in ruoli da spalla, spesso ruba loro la scena. La Principessa Leila – almeno nel film capostipite della saga di Lucas – era una bella prigioniera; Barbarella solleticava gli ormoni in un contesto blandamente erotico, le sue avventure erano un pretesto per mostrare curve da pin-up psichedelica. Stella Star invece, anche se in abiti che poco concedono all’immaginazione, agisce come protagonista in un’autentica vicenda avventurosa, è la prima a sfidare l’ignoto, e nelle scene d’azione non è da meno dei colleghi maschi, anzi!

L’enigmatico Akton passa il suo tempo a ridacchiare e a far sfoggio (a volte gratuito) dei poteri supernormali, che gli consentono di guidare l’astronave, rianimare Stella dall’ibernazione, giocare con fasci di luce, combattere con una spada laser… Può vedere addirittura nel futuro, ma non ha mai rivelato la sua straordinaria abilità, poiché cercare di cambiare il corso degli eventi è contro la “legge” (il che fa un po’ sorridere, considerando la condotta del navigatore, ben poco rispettosa delle leggi). Luigi Cozzi, nella sua prima intenzione, avrebbe desiderato al posto di Akton un alieno della perduta stirpe di Varna, decisamente non umano, ma, si sa, l’occhio vuole la sua parte…

Thor, capo della Polizia, si rivela un traditore. Peccato per le battute che è costretto a recitare quando rivela le sue vere intenzioni: se avesse agito in silenzio, come il computer assassino Hal 9000, sarebbe stato magnifico; invece parla, e come un villain da fumetto.

Decisamente più credibile il Conte Zarth Arn, nonostante una vaga somiglianza con Enrico Montesano possa trasformare certe scene serie in uno spasso.

Quanto all’Erede dell’Imperatore, Simon, si presenta mascherato, e scaglia saette dagli occhi… contro una banda di malmessi uomini delle caverne. Non si tratta di un potere ma di un’arma nascosta nella maschera; finite le munizioni, l’eroico principe preferisce farsi da parte, anche se ciò significa, per esempio, lasciare Akton ad affrontare da solo i droidi rimettendoci la pelle. Come se non bastasse, quando Stella assiste Akton morente, Simon si lascia andare a una smorfia degna di una donna gelosa. Nello scontro decisivo, è Stella che agisce, e lui resta in volo pronto a recuperarla. Fino alla fine, il principe brilla di luce riflessa da altri. In pratica, un figlio di papà spaziale, interpretato dalla futura stella dei telefilm Supercar e Baywatch.

L’Imperatore è invece interpretato con convinzione: merito del bravo professionista CHRISTOPHER PLUMMER.

Stella Star, Akton e l’Erede sono giovani e attraenti, di una bellezza procace sottolineata da costumi ed acconciature anni Settanta. Ancora oggi colpiscono e soddisfano l’occhio, ma li vediamo datati, come se appartenessero a un universo fermo a trent’anni fa, piuttosto che a un mondo al di là del tempo e dello spazio.

La recitazione in alcune sequenze è allegramente dilettantesca, complice un doppiaggio fracassone; i dialoghi ereditano gran parte degli stereotipi diffusi nella fantascienza pulp. Grazie al tono disimpegnato e ammiccante che il regista imprime alla narrazione, ci si diverte lo stesso, quasi si assistesse a un film girato in casa da vecchi amici.

Si crea complicità tra i personaggi principali e lo spettatore e, stabilito il contatto, si notano addirittura sfumature di realismo inconsuete.

La battaglia finale, ad esempio, vede l’impiego di numerosi soldati, invece del solito manipolo di eroi. Peraltro le truppe dell’Imperatore perdono lo scontro, in una sconfitta netta. Le divise dei militari di entrambe le fazioni non differiscono granché – proprio come in un esercito vero! Quanto ai personaggi, alcuni sono assai tradizionali, legati agli stereotipi pulp, altri sono decisamente fuori dagli schemi, e sfruttano in pieno la libertà ideologica attribuita al cinema di serie B, forma espressiva che può permettersi scenari politicamente scorretti o esplicite critiche alla società.

Esemplare la fuga dal Bagno Penale di Stella Star, eroina trasgressiva che qualsiasi film di serie A d’oltreoceano avrebbe censurato o ridimensionato. Prima innesca una rivolta, poi scappa senza preoccuparsi della fine che faranno i suoi compagni di lotta o gli altri prigionieri. Stella accetta le decisioni del navigatore Akton soffocando la propria insoddisfazione, che trapela in pochi sguardi. Spara ai caccia nemici, senza dubbio pilotati da creature viventi e senzienti, con la leggerezza di un adolescente alle prese con un videogioco. Più tardi, sul pianeta coperto di ghiacci, non indugia a cercare improbabili superstiti, o ad esaminare i cadaveri uno ad uno per trovare quello dell’erede al trono. Si rassegna al fatto che la missione è fallita, non vede l’ora di andarsene, senza idealismi. Anche lei, quando Akton affronta i droidi, se ne sta da parte! Compie la pericolosa missione, ma l’accetta per convenienza, per poter ottenere una ricompensa dall’Imperatore, fosse pure solo quella di scampare alla prigionia. Dimentichiamo i buoni sentimenti che animano Han Solo, il quale, seppur scettico e disincantato, salva la pelle a Luke Skywalker, finisce quasi per sacrificarsi ibernato nella grafite.

DA CINECITTÀ A FANTASIA, ARRAKIS E OLTRE L’INFINITO

La pellicola può passare per un clone povero di Guerre Stellari, condito da bellezze procaci ed effetti speciali artigianali. Pasticciaccio trash, salvato però dal sentimento che il regista riesce a suscitare, e dal gioco di gustose citazioni che dispiega.

LEWIS COATES, o meglio: Luigi Cozzi, critico, scrittore, collaboratore di DARIO ARGENTO, regista, conoscitore dell’animo umano, nutre un profondo affetto per il cinema ed i mondi immaginari, e lo sa comunicare in modo non retorico. Nell’impossibilità di mettere in cantiere un universo che rivaleggi con i kolossal americani, complesso e definito nei minimi dettagli, omaggia le creazioni dell’immaginario in un continuo mescolarsi di luoghi amati, personaggi mirabolanti, avventure mozzafiato. È un po’ come rovistare in soffitta e trovare il baule dei giocattoli che ci hanno divertito quando eravamo bambini: senza dubbio sono oggetti fuori moda o sciupati, ma l’emozione è viva, e quando li guardiamo ricordiamo come ci hanno accompagnato nel mondo della fantasia.

Sentimenti analoghi affiorano assistendo a Star Crash; le scene di azione possono deludere i giovanissimi fan del kung fu digitale di Neo e Lara Croft, la flotta di astronavi è di quelle che un qualsiasi appassionato di modellismo con pochi mesi di pratica può costruirsi, i costumi e gli effetti speciali appaiono irrimediabilmente datati, visti oggi… A suo tempo occorse un anno per ritoccare i fotogrammi nei modi più appropriati in post produzione; la fotografia accorta e un successivo montaggio ben orchestrato fecero miracoli con mezzi limitatissimi, ma furono pur sempre trovate artigianali utilizzate fin dai primordi della Settima Arte.

Il risultato complessivo è ingenuo rispetto ai prodigi della INDUSTRIAL LIGHT AND MAGIC, ma entra in gioco l’altro (e più importante) effetto speciale: quello creato dall’immaginazione dello spettatore, che viene contagiato dalle atmosfere sognanti, e torna bambino per un’ora e mezza.

La Galassia lontana lontana assomiglia al Regno di Fantasia immaginato da MICHAEL ENDE, un non-luogo dove spazio e tempo pulsano al ritmo delle emozioni. In esso convivono le Amazzoni dei peplum, gli automi delle Mille e una Notte, gli uomini delle caverne, gli Imperatori e i Conti e gli avventurieri… La base del Conte Zarth Arn ha addirittura la forma di una mano azzurrognola, proprio come il castello della maga Xayde immaginato ne La storia infinita.

Tanto è sincero il sentimento provato dal regista, che è difficile restare freddi e indifferenti.

Il pubblico può inoltre divertirsi a scoprire le tantissime citazioni. La carrellata iniziale riprende un’astronave che ricorda da vicino il cargo di Alien, le Aquile di Spazio 1999, e Dark Star. Inoltre procede lenta e maestosa come le stazioni orbitali di 2001: Odissea nello spazio.

Sulla fiancata, spicca il nome, Murray Leinster, pseudonimo dello scrittore americano, WILLIAM FITZGERALD JENKINS, autore de Il pianeta dimenticato, Il pianeta del tesoro e di numerosi racconti ispirati al tema dei viaggi nel tempo.

Nelle asettiche sale interne della nave spaziale, una voce chiama con insistenza un certo Bradbury: ovvio omaggio al Grande RAY BRADBURY (Cronache Marziane e Fahrenheit 451) uno dei maggiori autori di genere viventi. Al richiamo si fa avanti un pilota: veste un’uniforme simile a quella dei pompieri del futuro nella trasposizione cinematografica di Fahrenheit 451 di François Truffaut. Le sfere rosse ricordano sia il Blob che i mostri dell’Id de Il pianeta proibito. L’automa Elle è parente (povero) di Darth Vader, e rimaniamo in dubbio se sia del tutto una macchina o abbia una componente organica, come l’armatura che accoglie quanto resta di Anakin Skywalker.

L’Imperatore convoca i nostri eroi: compare però come proiezione, non di persona, un po’ come avviene in Dune. A proposito, il pianeta su cui volano i nostri si chiama Arrakes! È popolato da Amazzoni, la cui regina aziona un robot vagamente simile ai Micronauti, popolari action figure, in una sequenza che ricorda vagamente gli Argonauti e gli automi de il Ladro di Baghdad.

La sala di comando dell’astronave di Stella Star ha oblò e mobili che suggeriscono la forma di un teschio, somigliante alla grande sfera dove viaggiano gli astronauti di 2001: Odissea nello Spazio. Il computer ha la forma di un cervello luminoso e pulsante… e ci sono maschere che ricordano Zardoz e i Papua della Nuova Guinea.

Stella Star veste abiti ridotti (sexy per il gusto di allora, oggi un qualsiasi varietà televisivo li farà sembrare tutti castigati), un po’ come aveva fatto Barbarella, e soprattutto ricorda e ispira D.D. Jackson, diva della disco music che si esibiva con ambientazioni spaziali e canzoni “in tema” (Meteor Man, Automatic Lover, Galaxy Police, Falling into Space, E.S.P…).

Le citazioni sono abbondanti, e non sono dovute alla mancanza di originalità: se fosse stata povertà di idee, il regista avrebbe scelto di replicare solo (o prevalentemente) le trovate di Guerre Stellari, senza metterne in scena di personali.

Alcune delle idee del regista saranno rivisitate in pellicole successive, come il pianeta di ghiaccio de L’Impero colpisce ancora, e gli Ewok primitivi contro le truppe imperiali del Ritorno dello Jedi.

Raramente un B-movie è riuscito a trasmettere tanto amore per il fantastico e per la Settima Arte allo spettatore. Anche se si può non condividere la scelta di Luigi Cozzi, il film, a suo modo, è oggi un cult, con tanto di sito internet ricco di interviste, sceneggiature, foto… Ed è tale poiché incarna pienamente l’estetica di trent’anni fa, e narra la prima storia di fantascienza moderna italiana. O si odia, o si ama.


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